domenica 9 agosto 2026
Quasi 83
venerdì 10 luglio 2026
Merito tuo
mercoledì 15 gennaio 2025
Addio ai monti
martedì 7 gennaio 2025
Trene
Aveva 10 anni la prima volta che venne a casa nostra. Era il 1986, M aveva 13 anni e andava in IV ginnasio, mentre lui e lo zio matto avevano appena cominciato le medie. Era magrolino, sorridente, insolitamente socievole per la sua età. Si intratteneva volentieri a parlare con i nostri genitori più che con noi.
domenica 29 dicembre 2024
Papà
giovedì 13 luglio 2023
Lo Stretto, lo slavo e la felicità
M nuota da tutta la vita, forse nella sua vita ha più km nell’acqua alle spalle che sull’asfalto, forse no ma è così che le sembra.
Nuota tutte le mattine in piscina con la sua squadra di nuoto che nel tempo si è arricchita di elementi preziosi, capitanata dal suo allenatore di sempre, conosciuto, perso, ritrovato e mai più abbandonato. Qualcuno lo chiama il sergente, qualcun altro boss, una di noi può chiamarlo papà, per M è Marco.
Negli anni, senza tante parole, Marco ha insegnato a M a migliorare stile e prestazioni, ad approcciare il nuoto pinnato, a indossare con naturalezza, tubi, tappi, pinne, machere e da qualche mese anche la muta.
La squadra di nuoto di M capitanata da Marco è solita partecipare a gare e campionati di tutte le ampiezze geografiche: regionali nazionali europee e mondiali. M, che ha un grosso problema di stima nelle proprie abilità, non ha mai partecipato a queste manifestazioni. Ha declinato per anni inviti a trasferte invernali ed estive, in vasca e in acque libere e si è limitata a seguire stoicamente gli allenamenti quotidiani.
M da anni aveva nel fondo dei suoi pensieri, un’idea, una speranza, una possibilità: attraversare lo Stretto di Messina a nuoto sotto la supervisione di Marco.
Non era un obiettivo, era più che altro un miraggio. Qualcosa che sta lì nei pensieri, stabile, ferma, costante.
Intorno ai primi giorni di marzo, esattamente il 3 marzo, M è venuta a sapere che la sua società di nuoto avrebbe partecipato all’Impresa e si è iscritta alla Traversata dello Stretto, seguendo una voce interiore che non ha lasciato spazio a ragionamenti.
Si è iscritta senza aver mai nuotato seriamente in acque libere, senza mai aver nuotato seriamente in acque libere salate, senza pensarci, senza valutare le proprie possibilità, seguendo l’idea che era nel fondo dei suoi pensieri da anni e il muto incoraggiamento di Marco.
Dal 3 marzo l’idea dello Stretto ha cominciato a prendere una forma precisa con una data, il 25 giugno, un orario, le 10 e 30, un regolamento scritto.
Nei mesi di avvicinamento all’Impresa, M ha nuotato, ha comprato una muta e una maschera con lenti specchiate e ha trovato un accompagnatore, che potesse spronarla a dare il meglio di sé “mamma, io vengo però non voglio essere il figlio di quella che arriva ultima eh”. Sì, perché la Traversata organizzata per il 25 giugno era una gara con premi, podio e tempi ben precisi.
M e il suo accompagnatore la mattina del 24 giugno in motorino si sono avviati con sacca delle pinne e zaini tecnici alla stazione per ritrovarsi con gli altri della squadra e Marco e partire alla volta dell’Impresa.
Una volta arrivati alla fine del “continente” M ha guardato dall’altra parte del mare e ha finalmente visto “il pilone” di Torre Faro che da mesi sentiva nominare, punto di partenza dell’Impresa.
La Traversata infatti prevede la partenza da Torre Faro in Sicilia e l’arrivo a Cannitello in Calabria. Prevede anche che ogni partecipante, partecipi in tandem con una barca di appoggio e il suo barcaiolo, associato al nuotatore tramite sorteggio.
I partecipanti, vengono traghettati su anonime barche dalla Calabria la mattina dell’Impresa fino alla costa della Sicilia, e lì i nuotatori hanno la possibilità di incontrare i propri “barcaioli”. Ogni nuotatore ha un numero e deve riconoscere la barca con lo stesso numero.
M aveva il numero 8, numero preferito di NonnaG da sempre. Appena arrivata sulla costa di Torre Faro, M ha immediatamente visto passare la barchetta numero 8, ha chiamato senza ritrosie e timidezze “ottoooooooo” e insieme al suo accompagnatore, ci si è trasferita sopra col suo carico di pinne tubi tappi e perplessità.
Il barcaiolo di M si chiama Enzo ed è calabrese, ha un cappello scuro con visiera che copre gran parte del viso, è magro e minuto, silenzioso e serio. Dicono che dal barcaiolo dipenda la sorte della Traversata, più che dal nuotatore e M oggi sa che è proprio così.
Enzo, pochi minuti prima che M entrasse in acqua, le ha detto con voce ferma “segui me. Non ti preoccupare di niente altro, segui me”.
Marco aveva dato a M istruzioni ben precise sulla rotta da seguire, i punti di riferimento da tenere come bersaglio, il campanile della chiesa, la macchia verde dei cinque pini davanti al municipio, la fine del paese, ma dall’altra parte del mare i bersagli sembravano essere stati solo immaginati.
M ha seguito il suo barcaiolo, gli si è affidata con una fiducia cieca e inspiegabile. Con abnegazione. Nei 54 minuti che ha impiegato a attraversare quel tratto di mare blu profondissimo, carico di pesci delfini meduse onde e correnti inverse, ha seguito tutti i suggerimenti che i gesti di Enzo le davano.
E si è limitata a nuotare, ha svuotato la testa da paure, ansie, pensieri, stanchezze, limiti e ha nuotato fino al traguardo, arrivando seconda tra le nuotatrici femmine e rendendo fiero il suo incredulo accompagnatore.
La gioia di M, incontenibile, visibilmente straripante da occhi naso e cuore, è stata offuscata solo dal dispiacere di non aver potuto essere condivisa con Enzo, allontanatosi dal campo gara subito dopo l’arrivo di M.
M avrebbe voluto ringraziarlo, perché senza la sua guida non sarebbe mai arrivata dall’altra parte con la concentrazione necessaria, sgombra di pensieri, responsabilità, scelte.
Ma siccome la vita è un gioco pieno di sorprese, qualche giorno fa, M ha trovato una richiesta di amicizia su Instagram. Lì per lì non l’ha degnata di alcuna attenzione ma ieri ha ripensato a quella richiesta di “Enzo M” e ha aperto la foto del profilo. Senza cappello, senza visiera, sorridente davanti a un piatto di pasta, non era facile riconoscerlo: M l’aveva visto solo per pochi minuti e per identificarlo ha mandato la foto all’accompagnatore che invece ci aveva trascorso 54 minuti in barca.
Secondo te è il nostro barcaiolo dello Stretto?
Ma no mamma! Quello era uno slavo!
….
A dispetto delle convinzioni dell’accompagnatore, era proprio il nostro Enzo che aveva cercato M, aveva chiesto il cognome ai giudici della gara e l’aveva contattata per sapere in che posizione si fosse classificata. M ha così potuto gioire a pieno del risultato raggiunto in coppia con lui e ha potuto condividerne foto e video.
Adesso è veramente felice.
Non esiste gioia senza condivisione.
Ps. M oltre al suo barcaiolo del cuore, vuole ringraziare tutti quelli che l'hanno accompagnata in questa Impresa seguendo in diretta le testimonianze dell'accompagnatore bracciata dopo bracciata con curiosità, amore e un pizzico di ansia, qb.
giovedì 12 marzo 2020
Soluzioni alternative
"Tipo?"
"Beh è la prima volta che siamo costretti a stare sempre chiusi a casa noi quattro"
"..."
.".è solo il secondo giorno ed è presto per dirlo, ma io mi sto già abituando a questa situazione e non mi dispiace pensa.."
"..."
"cioè voi siete le persone più importanti.. questa è la nostra casa.. noi quattro.."
"..."
"insomma ci vogliamo bene, stiamo bene insieme, non è poi così male.."
"..."
"non dici niente?"
"Beh io posso pure volerti bene, oggi domani per carità.. ma no non mi abituo, piuttosto che abituarmi a una situazione così, mi butto di sotto."
Questa conversazione si è svolta alla fine del secondo giorno di lavoro agile di H.
M ha letto bellissimi articoli in questi giorni sull'occasione che abbiamo di capire tante cose delle nostre vite: per esempio quali sono davvero le cose che contano, le persone a cui teniamo, con chi vogliamo dividere stanze e ore. Un'occasione per conoscerci di più, riscoprirci e riscoprire la voglia e il piacere di fare le cose insieme. O magari, per qualcuno, sarà l'occasione di ricominciare a farle da solo.
Alla fine, quando tutto questo sarà finto e torneremo tutti un po' storditi alla vita normale, saremo diversi da prima. M crede, migliori.
Per il momento i ragazzi stanno reagendo meglio di quanto M si aspettasse. H la preoccupa un po'.
martedì 10 marzo 2020
Lavoro agile, vita meno
L'ufficio di M da ieri è la camera da letto del nano, che ormai ha superato lei e il metro e settanta e tanto nano non è più. Davanti a lei la finestra e dietro di lei la porta, aperta.
L'ufficio di H è la camera da letto di M e H, in penombra, silenzio assoluto e porta chiusa. Lui, seduto davanti al pc, in cuffia con i colleghi oltreoceano, nutre dentro sè sogni proibiti di ristrutturazioni e restauri casalinghi e prima di chiudersi in casa si è approvvigionato dei beni di prima necessità per la sua sopravvivenza: vernici e solventi.
I ragazzi studiano un po' in soggiorno e un po' al tavolo da pranzo. Solo il mezzonano si chiude in camera e si mette alla scrivania serissimo a fare i compiti. Ogni tanto passa da M e le da un bacio, perché tutto si può arginare, ma il suo affetto sconfina ogni limite.
Dopo qualche ora ci si incontra per pranzare insieme e poi di nuovo M e H tornano al loro posto e i nani accendono la Play (santa Play).
Oggi è il primo giorno di "lavoro agile" per M e H e il quarto di scuola a distanza (più distanza che scuola) per i ragazzi.
Il minuscolo puntino rosso che 20 giorni fa era segnato in un punto sconosciuto della Lombardia, adesso è grande quanto mezza Italia e ci comprende tutti al suo interno: NonnaG che oscilla tra l'ossequioso rispetto delle nuove restrizioni e la sua naturale indomita predisposizione alla disobbedienza; l'Arch più mansueto e positivo per indole che non rinuncia al suo lavoro, seppur in versione casalinga, in compagnia dei suoi strettissimi collaboratori. Lo Zio Matto che fa la spola tra la vita esterna e la casa dei Nonni, tenendo M col fiato sospeso. La muta che chiede il permesso anche di salire sul terrazzo condominiale a stendere che non si sai.
E M, che ha dovuto rinunciare alla sua amata piscina e da sabato pomeriggio non nuota più e che, da sempre inquadrata in un mondo di rassicuranti abitudini, in poche ore è riuscita a costruirne un altro più piccolo, a cui già le sembra di essersi abituata.
martedì 28 maggio 2019
La memoria dei pesci
Magari si scorgono delle porte nel sogno, porte a cui non si era mai più pensato, ma che sì certo che c'era quella porta.. e magari dietro quelle porte si trovano stanze non dimenticate, ma sopite, che riaffiorano potenti, come se da quelle stanze non ci fossimo mai allontanati.
A M è successo di sognare tante volte la casa dei nonni, l'ingresso con le marmette a terra, il corridoio largo, il bagno grande e quello piccolo, la "stanza dello sbarazzo" e in fondo il ripostiglio, dove si trovavano sempre le confezioni di cracker di nonno, che non erano quelle di oggi; i cracker erano quadrati, come se nascessero già spezzati a metà, tutti in fila indiana come pezzi del domino.
Il soggiorno curvo,il terrazzino, l'enorme porta a soffietto che si chiudeva male, morbida, che separava il soggiorno dalla sala da pranzo con la tv.
Una casa grandissima che fu abitata da due adulti e sei bambini di età molto vicine tra loro e che M ha conosciuto abitata dai nonni, la zia Giò, il Pediatra e il Cugino Serio e che ha frequentato fino al 2000, quando è stata venduta perché non era più "la casa dei nonni".
Stamattina M dopo sei anni è tornata nella sua vecchia piscina, perché quella nuova in questa settimana non è agibile. La piscina in cui ha imparato a nuotare (1978) con l'istruttore che la allena tuttora.
La piscina dove ha nuotato tutta la vita: quando andava a scuola, quando studiava all'università, con le pance delle gravidanze. La piscina dove ha conosciuto Compagnadicorso (oggi nel suo club di lettura).
E ha avuto la stessa sensazione vissuta nel sogno della casa dei nonni. Tutto era come lo aveva lasciato: le crepe nei muri, le sbreccature sui bordi, il marmo sotto i piedi, la luce. Ha ritrovato la sua panca e la sua doccia, accanto a quella della collega alta volata giù dal trullo, che invece il club di lettura nel frattempo lo ha abbandonato, la mensola per lo shampoo sbilenca come allora, la presa del fon malfunzionante e la sua sedia dove anche oggi si è seduta per asciugarsi i capelli.
Mentre nuotava, le sono venuti in testa pensieri tristissimi e neri e ha fatto fatica a non farsi trascinare giù nell'acqua, perché la consapevolezza del tempo che passa e non torna indietro mai, la uccide.
Alla fine però è uscita all'aria aperta e c'era uno spicchio di sole tra gli alberi.
giovedì 22 febbraio 2018
Apriamo il gas
In soggiorno a casa dei genitori di M non c'è mai stata la tele e questo facilitava le conversazioni e favoriva la conoscenza delle reciproche vite quotidiane, anche perché l'unica televisione presente in casa era un quattordici pollici mal funzionante e poco attivo.
Quella sera, come molte altre prima e molte altre dopo, nel soggiorno di casa si chiacchierava, si rideva, si scherzava, ci si confrontava e confortava, si cresceva, si ampliavano le conoscenze l'uno degli altri affrontando minuscoli temi e grandi verità.
Niente di strano per loro, magari in altre famiglie non capitava spesso, ma da loro il racconto, lo scambio, l'amicizia, l'aiuto e l'interesse reciproco erano pratica quotidiana.
Certo, allora tutto era facilitato dall'assenza di quelle piccole e medio piccole protesi che portiamo in mano adesso: non c'era possibilità di comunicazione con gli esterni se non il telefono di casa, a cui molti genitori di amiche di M avevano addirittura messo il lucchetto come fosse un vizio proibito, da evitare o quanto meno da utilizzare con estrema parsimonia.
Insomma, per una serie di fattori endogeni ed esogeni, a casa di M la sera dopo cena quattro presone appartenenti a due sessi diversi e a due generazioni diverse dibattevano tra loro con piacevole riscontro.
Quella sera, si diceva, l'Arch, che allora poteva avere l'età che ha oggi M, a un cero punto ebbe una delle sue illuminazioni, che pochi comprendono, e disse: "Apriamo il gas".
Ai più potrebbe sembrare una frase poco adatta a una serena serata in famiglia, ma "apriamo il gas" voleva dire, fermiamo il tempo, restiamo così per sempre: voi due adolescenti e spensierati e noi due quarantenni sereni e realizzati.Tutti in salute, tutti belli, giovani, nel pieno delle forze. Innamorati gli uni degli altri, in pace. Prima che tutto cambi, che la casa si svuoti, che i problemi della vita quotidiana entrino a turbare le vostre vite di ragazzi. Prima della fatica, della tristezza, dei dispiaceri, delle malattie, delle separazioni, prima di tutto.
"Apriamo il gas" era il suo "sono felice,abbiamo tutto quello che di più bello potevamo sperare".
Non abbiamo aperto il gas quella sera, ed è stato un bene: sono passati anni, la casa si è svuotata, abbiamo affrontato problemi più o meno piccoli e due brutte malattie. La ricerca del lavoro, i traslochi, un matrimonio e due gravidanze, qualche lutto dovuto al corso naturale della vita e qualcuno meno aspettato. Il Bilancio è sicuramente positivo, noi siamo sempre quattro e ci ritroviamo ancora anche se raramente nello stesso soggiorno.
Ma quell'apriamo il gas dell'Arch, inno alla felicità, è rimasto indelebile nel ricordo di M e a volte in soggiorno con i nani la sera, quando ancora le prestano un po' di attenzione, anche se la tele è accesa, quando li ritrova dopo una giornata faticosa passata lontani, un po' ci pensa, e sorride.
mercoledì 22 novembre 2017
novembre 2017
quelle belle, quelle brutte, quelle che erano belle e poi sono diventate brutte;
quelle che sono sempre state così e così,
quelle facili e quelle meno facili;
quelle lunghe e quelle che durano poco;
quelle utili e quelle che non servono a niente,
quelle di cui sei al corrente e quelle che ignori,
quelle che fanno stare bene e quelle che fanno stare di merda.
Quelle che si credono infinite;
quelle che sembrano insuperabili,
quelle che dipendono da te e quelle che sono da te indipendenti;
quelle necessarie,
quelle volute e quelle che capitano per caso.
Quelle a cui tieni da morire e quelle di cui non ti frega niente,
quelle a colori e quelle in scala di grigi;
quelle che riguardano solo te e quelle che condividi con altri.
Tutte, proprio tuttissime le cose, hanno sempre due elementi in comune: un inizio e una fine.
Che tu lo voglia o meno,
che tu dia loro una direzione oppure che le lasci andare dove vogliono, hanno tutte un inizio e una fine, sempre.
L'inizio è sempre un'incognita.
La fine invece può prendere svariate pieghe:
può essere dolorosa certo, oppure, a volte, liberatoria.
Può essere attesa come una soluzione, o essere paventata come il peggiore dei mali.
Può essere agita o subita, prevista o inaspettata, sperata o ignorata.
Può essere scontata, ma più spesso può sorprendere.
Può essere obbligata e può essere una scelta.
E può essa stessa essere un'incognita: quando diventa l'inizio di qualcos'altro.
Il mese di novembre ha un significato preciso per M, quello della fine. E anche quest'anno non si è smentito.
giovedì 9 novembre 2017
Il tallone di Achille
M si è presentata all'appuntamento incuriosita e puntuale con il suo tallone d'Achille ben nascosto sotto uno dei suoi calzini a righe.
Lui era già lì con quella voce da speaker radiofonico e un leggero accento che la fa vagare tra la toscana e il sud senza collocarla in nessun luogo preciso.
Si sono seduti dalla stessa parte della scrivania perché la regola numero 1 di questi incontri qua è mettersi in una posiziona di parità.
M sarebbe stata bene anche se tra loro la scrivania fosse rimasta perché lui non ha l'aria del prof e nemmeno del capo. Troppa poca la differenza delle loro età per avere quella del papà anche se un po' lo ricorda nella forma del viso e nellattaccatura dei capelli e in qualcos'altro che è fuggito via prima che lei riuscisse a coglierlo.
Hanno parlato e per un po' tutto ok.
Poi il tallone si è scoperto ed è stata subito nebbia tra loro e trucco sulle guance per lei.
Ma la nebbia è presto passata, lui ha capito anche se M ha avuto la sensazione che in qualche breve momento lui fosse distratto, forse assonnato vista l'ora post prandiale.
Ieri M ha avuto il primo dei tre colloqui con il suo mental coach.
È un'opportunità che lel ha offerto l'ufficio, ma siccome per lei l'ufficio è solo una cornice dove su muovono personaggi e si formano storie, hanno parlato di tutt'altro.
M non sa cosa lui abbia pensato di lei, probabilmente non sarà mai un buon manager ma questo già lo aveva intuito da sola. Sa però di essere una buona persona e questa è la sola cosa che conta per lei. In ogni caso potrà scoprire cosa ha pensato lui tra un mese, al loro prossimo incontro.
E al solo pensiero prova un leggero senso di piacevole vergogna.
lunedì 6 novembre 2017
Remember Paris (1995)
magrissima;
ha i capelli ricci e scuri, un sorriso contagioso e 44 di piede anche se dichiara un paio di numeri in meno.
Parla cinque lingue, tra cui un italiano che sembra musica.
E' instancabile: potrebbe girare a piedi per giorni e giorni senza mai ricordarsi di mangiare nè fare pipì.
E' single e non ha figli e questo è davvero "pena" come dice lei, che sarebbe "peccato" da noi, perché è buona, dolce, paziente, sensibile, affettuosa e ha una memoria da elefante che M le invidia parecchio.
E' l'amica di Barcellona che M conobbe a Parigi nella sua vita numero 1, quando vinse una borsa di studio e per un po' visse lì in un losco monolocale con gli specchi al soffitto e il bagno senza porte nel cuore del quartiere latino.
Da allora (1995) M e Isabel si sono viste nelle poche occasioni in cui M hostess, nella sua vita numero 2 tra il 1997 e il 1999, passava per Barcellona e la invitava a condividere i lettoni a cinque stelle, le chiacchiere, le confidenze e la colazione in camera.
Poi non si sono più viste.
M le scrisse una lunga mail, di cui non ha memoria alcuna, quando scoprì di aspettare il nano numero 1, in cui le confidava dubbi e gioie. Poi si sa la maternità il lavoro, case - libri - auto - fogli di giornale (come dice Celestina e Tiziano prima di lei), e non si sono sentite più.
Questo fine settimana Isabel era a Roma e si sono riviste dopo quasi venti anni. M sentiva un leggero imbarazzo mentre andava all'appuntamento sabato ma appena l'ha riconosciuta da lontano altissima in mezzo agli altri, l'ha invitata a cena a casa per farle conoscere i nani e farle assaggiare le due cose che sa cucinare.
Isabel è identica a come era a Parigi, e nei due giorni che è rimasta a Roma ha visitato cose di cui M ignora l'esistenza: catacombe, chiese, strade, musei; ha messo la mano nella bocca della verità e l'ha ritratta tutta intera, ha mangiato supplì scambiandoli per arancini e si è seduta a lungo in una chiesa ad aspettare il sole.
Poi a cena si sono ritrovate a ricordare, ridere e confidarsi come se non fosse passato un giorno, davanti a un paziente e variegato pubblico di tre maschi.
giovedì 5 ottobre 2017
S.A.R.A.H.
Lo ha rivisto perché lui aveva bisogno di lei, in realtà vorrebbe proprio iniziare una specie di terapia con lei.
Oggi diciamo che c'è stata la prima seduta.
Lui è più giovane di M. Intelligente, sportivo, ironico. Scorza un po' ruvida, ma dentro è ok.
Adesso lui ragazzo tutto d'un pezzo, granitico e indipendente, ha il cuore infranto.
La sua storia è il più classico dei classici: incontra una lei, lei parte in quinta innamortapazza come solo noi ragazze sappiamo essere, e lui si lascia trascinare in questa pazzia senza mai entrarci con tutte e due le scarpe. Restando sempre un po' estraneo alla vicenda. Passano i mesi, lei, presa nel vortice dell'innamoramento pazzo, dapprima non si accorge, poi a poco a poco inizia a avvertire le mancanze e le assenze di lui e soprattutto comincia a manifestarle.
M direbbe che lei ama per due, ci sta dentro mani e piedi e lui ama? con la sinistra (senza essere mancino).
Insomma lei comincia a chiedere spiegazioni, ad avere qualche piccola pretesa, ma lui forte e vieppiù rafforzato dall'amorepazzo di lei che tutto permea, continua per la sua strada senza mai passare alla destra e senza mai mettere dentro anche l'altra scarpa.
Lei comincia a stare male, evidentemente male. Lui non capisce la gravità, crede di poter gestire tutto come sempre e non cede, non si accorge continua a tirare la corda.
La corda si è spezzata qualche mese fa. Lei ha alzato un muro invalicabile, non scrive, si limita a rispondere più o meno laconicamente ai messaggi di lui, ma non ci crede più. Non è che non voglia crederci, pagherebbe, darebbe un braccio per crederci ancora, ma non può più, non ci riesce.
Lui ora che c'è un muro invalicabile, ha capito e la vuole con tutte le sue forze la destra la sinistra i piedi le mani le scarpe tutto ed è a pezzi perché lei ha sentenziato: è troppo tardi.
Ora, alla fine della seduta M oltre a consigliare al suo paziente la lettura di una "posta del cuore" che lei considera illuminante e con poteri balsamici e di un romanzo che lei lesse milioni di anni fa e sottolineò quasi interamente, M si è ricordata di S.A.R.A.H.
S.A.R.A.H. è non a caso un nome di donna.
S.A.R.A.H. è l'acronimo di tutte le fasi che si attraversano dopo una drastica rottura, dopo una fine dolorosa. Che sia professionale, amorosa, familiare non fa differenza.
Sarah è lo shock iniziale quando si scopre che l'altro non c'è (o ci ha tradito o ci ha mentito o ci ha trattato male troppo a lungo). Sarah è la rabbia (anger) che segue lo shock, che spaccheresti tutto e urleresti parolacce che nemmeno i tuoi figli sanno e le urleresti fino a farti scoppiare la gola, perché ora hai tutto chiaro davanti e metti tutte le perline sul filo una davanti all'altra e non sai più che fartene. Sarah è il respingimento (rejection) nei confronti dell'altro, il muro invalicabile, l' "è troppo tardi". Sarah è poi tristemente anche l'accettazione dei fatti. Il non potevo fare di più, non ho rimpianti, non c'erano alternative.
Sarah è l'aiuto (help) che questo amico ha chiesto a M oggi e che questa lei nello stesso momento starà chiedendo a una sua amica terapeuta. Perché spesso vedere le cose con gli occhi degli altri, aiuta davvero.
giovedì 8 giugno 2017
I ragazzi della VB e quello della IIIH
ognuno con il suo piccolo bagaglio, chi un sacchetto, chi una busta, chi lo zaino.
Sono usciti un po' ammucchiati, qualcuno ha urlato "è finita!"
Ma gli altri, quasi tutti non gioivano, piangevano: le ragazze aggrappate alla Maestra Santa Subito e i ragazzi un po' in disparte, più vergognosi.
Si guardavano tra loro e appena incrociavano lo sguardo di un compagno, riprendevano in singhiozzi più forti.
Anche le mamme, dietro strategici occhiali scuri, piangevano a vederli così grandi, a saperli fuori dal primo ciclo di scuola, usciti dall'infanzia per sempre; a ricordarli piccoli e bassissimi all'inizio della prima, e ora quasi irriconoscibili: lunghi, magri, alle prese con il primo brusco, obbligato passaggio che la vita ci mette davanti.
Le vedevi, queste mamme e ne indovinavi i pensieri e i ricordi a ripercorrere dentro la testa tutte le mattine di questi 5 anni fondamentali, perché erano gli stessi che hai dentro tu.
Poi è arrivato il momento della III H, e sono usciti anche loro, meno disperati e consapevoli e tra loro c'era il Mezzonano.
Aveva un disegno in mano.
Si è diretto verso il fratello, tieni questo è per te.
Il nano all'inizio diffidente e quasi scocciato perché pensava di non essere abbastanza compreso in questo momento di doloroso passaggio da lui, considerato forse troppo piccolo e anagraficamente lontano. Poi, quando ha capito che il disegno proprio questo raffigurava: il passaggio dalla vecchia alla nuova scuola, dagli amici di sempre a quelli nuovi, sconosciuti e ancora indefiniti, lo ha abbracciato forte e sono rimasti così immobili abbracciati a lungo.
Davanti a loro M.
E qui altro che occhiali grandi e scuri, manco la maschera del Decathlon, quella per vedere bene i pesci, quella che ricopre tutta la faccia avrebbe potuto camuffare la sua evidente emozione.
E mo?
mercoledì 31 maggio 2017
I Beati
Ieri pomeriggio alle tre ha accompagnato il mezzonano in un Altro Mondo. Un mondo alle porte della città, in piena campagna. Un mondo recintato da un muro perimetrale, un mondo a cui si accede da un cancello come quello del paradiso dantesco e dove all'ingresso a regolare il passaggio di Dannati e Beati c'è un personaggio che a quanto ha capito M più che il custode deve essere un'istituzione.
Questo personaggio alto, grosso, senza capelli si chiama "Alè", che M non è riuscita a capire stia per Alessio, Alessandro o Valerio.
Questo "Alè", salutato con affetto da chiunque oltrepassi in un senso o nell'altro la sua linea, è vestito con la tuta, non una tuta qualsiasi, l'unica ammessa in questo mondo.
Alè è gentile, molto romano e sembra conoscere i Beati uno per uno: dai più piccoli classe 2008 che qui si chiamano pulcini, ai più grandi, passando per classi di età che nel mondo di M non esistono: i ragazzi delle medie che qui si chiamano esordienti; quelli del ginnasio qui chiamati under sedici, fino ai maggiorenni qui chiamati primavera.
I Beati sono tantissimi, tutti vestiti uguali, tutti belli, felici, sportivi. Tutti con la stessa speranza di futuro davanti e lo stesso stemma sulle magliette all'altezza del cuore. Tra loro non sembrano in competizione, sembrano insieme.
Dall'altra parte del cancello, nell'ultimo metro del mondo normale ci sono i genitori, non ammessi all'interno, se non in occasioni speciali.
I genitori sono tutti giovani (a parte M), tatuatissimi e grandi fumatori.
Aspettano, parlano al telefono, sperano, immaginano, tifano. Si sono portati dietro zii e nonni, merende sostanziose e immaginifiche speranze.
Tra loro ieri pomeriggio c'era anche M con i suoi tatuaggi, le sue paure e occhi e orecchie spalancati con moltissime curiosità.
Siccome ieri era proprio un'occasione speciale M insieme agli altri giovanissimi genitori ha varcato la soglia di Alè ed è entrata in questo Altro Mondo dove non esistono privilegi, dove non si può parlare ad alta voce e dove si susseguono uno dopo l'altro campi da gioco costantemente innaffiati da irrigatori automatici che stimolano pipì che non si potranno fare mai, perché i bagni come gli spogliatoi e i campi sono ad uso esclusivo degli "atleti".
Dove il mezzonano indossava improvvisamente un "pigiamino" giallo fluo di qualche taglia più grande ed era perfettamente inserito nel gruppo di sconosciuti.
M ieri ha portato il mezzonano a Trigoria perché lui è stato selezionato a sua e nostra insaputa per entrare nel regno dei pulcini "beati".
Per lei è stato tutto molto emozionante, nuovo e inimmaginabile. Il mezzonano invece sembrava perfettamente a suo agio, molto socievole con tutti, Alè compreso, e affatto attanagliato dall'ansia da prestazione.
Quando alla fine di tutto un signore l'ha riconsegnato a M perfettamente lavato e stirato e le ha detto "A domani", M ha sentito un inatteso misto di terrore e gioia, molto preoccupante.
lunedì 21 settembre 2015
Nove
Nove che tra un anno diventa una cifra doppia che fa pauraNove ma con la testa di uno di tre come hai detto stamattina appena sveglio
Nove come le tabelline che ripetiamo a casa ogni tre per due
Nove numero perfetto perché terzo multiplo di tre
Nove che cominci a essere ragazzino e mi chiedi se sono ancora pochi per iniziare a odiare tua madre
Nove che sono troppi per giocare con i Lego, ma non per non voler stare ancora in braccio
Che sono troppo pochi per avere il tuo telefono, ma abbastanza per usare quello di mamma
Nove che sei già innamorato e fedele da tre
Nove che sono ancora pochi per fare tutto di testa tua, ma non ti importa
Nove che mentre passavano hai imparato a fare tantissime cose, alcune con me ma molte da solo
Nove che hai iniziato a avere i segreti, e hai smesso di chiedere il perché delle cose.
Nove che li ho avuti anche io ma non me lo ricordo più com'era quella sensazione di non essere né piccoli né grandi, né dipendenti né autonomi, né completamenti liberi ma nemmeno completamente protetti.
Nove che ti senti pronto a volare via, come dice tuo padre, con il filo dei palloncini però aggiungo io.
Nove che non potrai festeggiarli con la mega festa che hai aspettato per 365 giorni, perché sei in punizione. Ma che forse proprio per questo ti ricorderai.
Nove, magari bastasse girarlo e farlo tornare sei.
Tanti auguri, Lo
mamma
martedì 1 settembre 2015
Estate 2015
Alla fine di questa lunghissima estate che ci ha ospitato in varie spiagge italiane più o meno incantevoli occorre annotare qualche piccola verità che ha interessato la nostra vita:
1) Il mezzonano ha superato il metro e trenta e ha perso ben 4 denti, due dei quali fondamentali per la masticazione. Di nessuno dei 4 è stato lontanamente avvistato il sostituto;
2) il nano fedele-nei-secoli-che-manco-un-carabiniere-e-nemmeno-un-cavaliere-della-tavola-rotonda ha iniziato a "chattare susi" visto che evidentemente per lui chattare è un verbo transitivo e ogni sera "mamma posso chattare susi oggi?";
3) susi non ha iniziato a chattare il nano se non con rare e per questo preziosissime risposte;
4) i ricci pungono sul serio se ci si cammina sopra e le spine non c'è verso di eliminarle nonostante l'impiego di tutte le strategie consigliate dall 'internet tra cui impacchi notturni di pane e latte, aceto, acqua, sale, aghi, pinzette etc..;
5) il miglior amico dell 'uomo non è il cane ma il wifi, almeno dell'uomo al di sotto del metro e cinquanta;
6) si può stare 4 settimane senza mai aprire la posta dell'ufficio senza senso di colpa alcuno (questa verità non vale per h);
7) si può portare a termine la lettura di 4 libri pur ritenendoli noiosi e lunghissimi per amore e del club di JA e comunque ammettere, a fatica, che il kindle è una grande invenzione;
8) i compiti delle vacanze non finiscono mai;
9) alle vacanze ci si può pericolosamente abituare fino a non riuscire ad accettarne la fine (anche questa non vale per h);
10) una volta entrati nel tunnel del pane guttiau è molto difficile uscirne.
venerdì 15 maggio 2015
Miracolo (e sfortune) a Milano
I due entravano così nel supermercato più grande con la bottiglietta di coca zero quasi finita in mano e ne uscivano pochi minuti più tardi con un pacchetto di mandorle e la bottiglietta di coca zero quasi finita nella borsa di M.
Appena usciti dal supermercato più grande.
"Scusate sono una guardia in borghese" tuonava una voce straniera alle loro spalle "avete una bottiglietta di coca zero in borsa e non l'avete pagata. Me la può far vedere?"
"Certo! Eccola..ma come vede è quasi finita.. non l'abbiamo comprata qui.."
"Se non avete lo scontrino per me l'avete presa qui."
"Ecco guardi miracolosamente... lo scontrino.. vede c'è scritto che l'abbiamo presa 10 minuti fa.. nel supermarket più piccolo qui vicino vede l'indirizzo?"
"Sì ma non c'è scritto che avete comprato una coca zero."
"..me vede qui? C'è scritto reparto bibite 1 euro e 29.. è la coca zero!"
"No..mi dispiace io non leggo coca zero, seguitemi."
E si inoltrava all'interno del supermercato grande, sotto gli occhi incuriositi degli altri clienti.
La storia non ha un lieto fine per la "guardia in borghese" che guardia non era, ma Said mero guardiano anti-taccheggio triplamente sfortunato 1) perchè M e il collega siamese erano miracolosamente muniti di scontrino, 2) perchè il formato di coca zero in bottiglia da mezzo litro non era nemmeno in vendita nel supermercato più grande e 3) perchè il collega siamese quando si incazza lo fa sul serio.
Probabilmente la guardia in borghese che guardia non era si beccherà una denuncia e nella peggiore delle ipotesi sarà rispedito al suo paese non essendo evidentemente munito di permesso alcuno, o nella migliore, passerà soltanto dei giorni orribili sotto la minaccia della denuncia.
Morale della storia: la regola non è più "mai buttare gli scontrini per terra una volta usciti dal negozio", bensì "mai buttare gli scontrini".
