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domenica 9 agosto 2026

Quasi 83

Buon compleanno mamma. Oggi sarebbero stati 83, ma i numeri dispari non ti stavano simpatici e quindi hai preferito chiudere con un pari. 
Pari l'età  pari l'anno pari il mese e pari anche il giorno. 
Due quattro due zero due sei. 
Oggi per festeggiare ti avrei preso il danese dell'Apollo che ti piaceva tanto, ma che non chiedevi mai perché per assecondare certi vizi ci vuole coraggio e tu preferivi che ti venissero offerti così da non poterli rifiutare. 
Dicevi sempre che non vale la pena ingrassare per una cosa che non ti piace da impazzire e il danese ti piaceva proprio da impazzire. Sul tavolo da un milione di dollari in soggiorno al mare ci sono ancora i segni del pennarello nero indelebile che avevo usato il 9 agosto di due anni fa per scriverti "buon compleanno" sul tovagliolo di carta. Ogni volta che li vedo, penso a te che non ti eri nemmeno arrabbiata, tanto eri contenta della tua colazione preferita. 
A cena stasera saremmo andati fuori con i ragazzi, con le tue famose ordinazioni ai camerieri eccessivamente precise  che lasciavano i tuoi nipoti (e anche i ttupi fratelli) divertiti e imbarazzati allo stesso tempo: il sautè di cozze con le fette di pane casereccio ben intinte nel sughetto, il vino fermo freddo assolutamente non fruttato, il cocomero "bello fresco" e dolce. Papà ti avrebbe fatto uno dei suoi soliti regali costosissimi,  importabili, che non ti sono mai piaciuti e che hai passato la vita a cambiare. 
Oggi invece niente colazione preferita, nessun sautè e nessun regalo da cambiare. 
Ieri ti hanno dedicato la messa delle 19 nella chiesetta. Lo ha chiesto NonnaGiò, un modo nuovo per farti gli auguri e festeggiarti.
Allora buon compleanno mamma, manchi a bestia.

venerdì 10 luglio 2026

Merito tuo

Ciao mamma, come va lì dove sei andata? Qui tutto continua, stranamente. Il tuo primo nipote dopo sette tentativi di teoria e millemila lezioni di guida questa settimana ha preso la patente. Ci tenevi tanto e te lo volevo dire, ci sono voluti quasi quattro anni dalla prima iscrizione alla scuola guida al compimento dei 16 anni a oggi che ne ha quasi 20. Ha preso anche un 30 e lode e questo veramente ti avrebbe mandato in visibilio visto quanto ci ha fatto penare per lo studio. Quanti pianti ci siamo fatte? Quante chiacchiere? Quante sedute? Impossibile tenerne il conto. Il tuo secondo nipote è stato promosso e si avvia all'ultimo anno di scuola, incredibile. Un mese fa ha tolto i cinque denti del giudizio, ti ricordi come eri preoccupata? È andato tutto bene è stato coraggioso e stoico come sempre e ancora un volta ha dimostrato di non avere bisogno di nessuno, nemmeno davanti all'estrazione contemporanea di cinque denti. 
Stanno bene, sono ragazzi felici e liberi e senza dubbio è anche merito tuo.
Anche tuo figlio sta bene, sta vivendo il periodo dell'anno che preferisce, si è trasferito al mare con papà da una decina di giorni e la cosa funziona. Saresti stupita come lo sono io di come sta reagendo alla nuova situazione e anche questo è merito tuo perchè te ne sei andata poco prima che iniziasse l'estate sapendo che per lui sarebbe stato tutto più sopportabile. 
Anche papà sta bene. L'angelo che ci hai mandato è fantastico. Perfetto per lui. Mi dispiace che tu non abbia potuto conoscerlo di persona e assistere alla nascita e allo crescita del loro rapporto, ma ci hai visto lungo a mandardlcelo. Senza te e senza lui non ce la potevo fare. Quindi anche qui grazie.
La mia rabbia per non averti potuto salutare, si sta affievolendo e sento che non mi hai lasciato proprio da sola. Però mamma quanto è difficile tutto quanto! Ma tu come facevi? Me lo dirai mai?

mercoledì 15 gennaio 2025

Addio ai monti

Ciao palazzo di viale mazzini,
col cavallo morente davanti che proprio di buon auspicio non era e si vede che prima o poi dovevi morire anche te.
Ciao tornelli che nell'anno nuovo facevate fatica a funzionare, forse consapevoli che il vostro servizio era esaurito; ciao piano terra mezzo incartato e inagibile perchè pericolosissimo.
Ciao macchinetta del quinto piano, dove mille volte sono stata con la mia amica trimamma a ridere, piangere, chiacchierare, svelare e ascoltare segreti indicibili e diete portentose che duravano un giorno solo; ciao panchina degli innamorati.
Ciao lounge del terzo piano che mi hai accolto tutte le mattine di questo ultimo anno durissimo che mi ha tolto tutto: l'attività lavorativa, il ruolo, il team, il capo, le colleghe adorate, ma più di tutto mi ha tolto la fiducia, l'entusiasmo, la passione, la creatività che mi appartenevano per natura.
Ciao stanza singola, fortemente anelata dal lockdown, che mi sarebbe spettata di diritto dal 2012 e che invece ho avuto solo a fine settembre 2024 e oggi, dopo pochi mesi, lascio, vuota, per sempre. Ciao scale che con mr Eva salivamo inutilmente a due a due per rassodare il sedere, ciao bar con la vista pazzesca e la terrazza proibita, ciao mensa dove non mettevo più piede da secoli ma dove ho pranzato allegramente per almeno 15 anni osando pizza, patatine fritte puzzolenti, pollo secco al forno e chili di riso scotto in bianco col parmigiano.
Ciao viale mazzini, sede a forma di R, cantata anche da Renato Zero in una sigla storica di Fantastico, ciao dopo quasi 26 anni passati lì che sono mezza vita esatta ora. 
Dicono che dobbiamo lasciarti perché diventerai bellissima moderna e finalmente sicura, tu che non lo sei stata mai. Ti faranno il miglior trucco e parrucco che la RAI ricordi, ma ci vorranno anni e chissà se ci rincontreremo.
Ciao sede di lavoro preferita, nel mio chilometro quadrato del cuore. Dove ho portato anche i nani in occasione del bimbo day e H una volta, solo per conoscerti. 
Ciao.

Oggi tutti i duemila colleghi della sede di lavoro di M sono dovuti andare in ufficio per recuperare gli effetti personali e il materiale necessario perché da domani l'accesso non sarà più possibile a causa di una presenza di particelle di amianto superiore alla soglia massima consentita.
Non si sa quale sarà la nuova sede di lavoro di M. Per ora è la sua casa.


martedì 7 gennaio 2025

Trene


Aveva 10 anni la prima volta che venne a casa nostra. Era il 1986, M aveva 13 anni e andava in IV ginnasio, mentre lui e lo zio matto avevano appena cominciato le medie. Era magrolino, sorridente, insolitamente socievole per la sua età. Si intratteneva volentieri a parlare con i nostri genitori più che con noi.
Sembrava avere fame di rapporti con adulti, forse perché i suoi si erano separati o forse solo perché gli veniva naturale chiacchierare con tutti.
Parlava di tutto, condivideva racconti e esperienze che di solito i ragazzi tengono gelosamente per sè. Aveva grande appetito di cibo e di vita e NonnaG era sempre molto felice di averlo con noi e soddisfare almeno il primo. 
Da allora sono passati quasi 40 anni e lui è rimasto lo stesso ragazzo sorridente e socievole di allora, seppur non più magrolino. 
In questi 40 anni è stato sempre presente nelle nostre vite al fianco dello zio matto. C'è in tutte le foto dei compleanni, c'è stato in tutte le sue prime volte, come un angelo custode. C'era quando lo zio matto è andato a vivere da solo e anzi con lui ha condiviso la casa per i primi anni, c'è stato in tutti i loro viaggi vicini e lontanissimi, al mare e in montagna, seduto accanto al cinema, in aereo, nei cammini spirituali fino a Santiago de Compostela. Seduto accanto al letto quando lo zio matto non è stato bene, ad abbracciarlo e sostenerlo. C'è stato dopo le naturali batoste sentimentali di entrambi e quando un carissimo amico comune se ne è andato troppo giovane troppo presto e lo zio matto da solo non riusciva a trovare il senso. 
Ha appianato incomprensioni e illuminato momenti bui con la sua serenità e il suo sorriso. Ha reso semplici passaggi che credevamo insuperabili, ha accompagnato tutti noi con la sua presenza leggera e affettuosa. 
E mentre cresceva accanto a noi, si laureava e raggiungeva importanti traguardi professionali, maturava dentro di sè la consapevolezza di essere destinato ad Altro.
A 34 anni è entrato in seminario e a 42, nel 2018 è diventato sacerdote. Il tutto senza mai lasciare il posto che ha avuto da sempre nella vita dello zio matto e nostra.
Sabato scorso alla presenza di Papa Francesco è stato nominato vescovo e noi eravamo lì, orgogliosi e commossi in terza fila nel settore "familiari".
Tantissimi anni fa in uno dei pranzi in 5 a casa nostra a base di pasta sugo e ricotta e cotolette, giovanissimo, prima dei viaggi, degli studi, delle batoste sentimentali, dei dolori, prima di tutto, disse che gli sarebbe piaciuto diventare Papa. 
M se lo ricorda bene perché è assai inusuale come aspirazione per un ragazzino di 14 , 15 anni.
Ecco, adesso è presto per dirlo ma chissà se la sua luce, la sua serenità e il suo sorriso contagioso e pacificante lo porteranno proprio lì dove voleva arrivare.
M glielo augura con tutto il cuore e ringrazia dal profondo lo zio matto perché se non fosse proprio così com'è, non avremmo potuto vivere insieme a lui tutto questo.

domenica 29 dicembre 2024

Papà

I 45 giri di Renato Zero nel mangianastri e ballare il triangolo 
Il suo fischio quando tornava a casa perché corressimo da lui
La cravatta arrotolata sul tavolino dopo una giornata di lavoro
L'arancia sbucciata a modo suo
Le canzoni storpiate cantate sotto la doccia
La sua mini
Le giacche di harris e i pantaloni a coste di velluto grandi
Non tutti possono avere tutto
I reali inglesi e Diana
Lo spazio in mezzo ai denti e la battaglia contro il tempo che passa
I rotolini di carta, di stoffa, di qualsiasi cosa 
Il rito del tè alle 5
Il camino acceso anche d'estate  
La forma e il rigore
Le corbusier
E "ti disturbo, puoi parlare?" a ogni inizio di telefonata
Le domeniche a porta portese e tornare a casa carichi di cose che vedeva solo lui
Le passeggiate al lido col bicchiere in mano, rigorosamente di vetro
Il mont blanc e la passione per le meringhe
E l'uomo ricco non è mai brutto
Tutte le sorprese e i regali di una vita
Le trickers senza calze d'estate
La collezione di Domus e i rotoli di carta lucida
L'amore per le donne della sua vita, e il dolore 
La generosità e l'indomabile necessità di essere di aiuto
Gli origami
Le galosce verdi quando lavava la terrazza e lo specchio per prendere il sole
E se è un problema di soldi, non è un problema
La cura e l'amore nel fare le cose
I regali per mamma, sempre sbagliati da tutta la vita
Le intuizioni prima di tutti
Il Ferrari
Il suo modo di illuminare gli spazi
Montesacro e il giardino millefiori
Il port cross sul corpo magrissimo
Via Pisanelli
Il pince-nez
Il suo tavolo da disegno con gli sgabelli girevoli
Quando diceva che avrebbe masticato le scarpe nuove di mamma per ammorbidirle
La Noxzema sul piano del bagno
I pistacchi a centinaia fino a finire la busta
La limetta delle unghie davanti alla tele
Quel bastardo del Parkinson.

giovedì 13 luglio 2023

Lo Stretto, lo slavo e la felicità

M nuota da tutta la vita, forse nella sua vita ha più km nell’acqua alle spalle che sull’asfalto, forse no ma è così che le sembra.

Nuota tutte le mattine in piscina con la sua squadra di nuoto che nel tempo si è arricchita di elementi preziosi, capitanata dal suo allenatore di sempre, conosciuto, perso, ritrovato e mai più abbandonato. Qualcuno lo chiama il sergente, qualcun altro boss, una di noi può chiamarlo papà, per M è Marco.

Negli anni, senza tante parole, Marco ha insegnato a M a migliorare stile e prestazioni, ad approcciare il nuoto pinnato, a indossare con naturalezza, tubi, tappi, pinne, machere e da qualche mese anche la muta.

La squadra di nuoto di M capitanata da Marco è solita partecipare a gare e campionati di tutte le ampiezze geografiche: regionali nazionali europee e mondiali. M, che ha un grosso problema di stima nelle proprie abilità, non ha mai partecipato a queste manifestazioni. Ha declinato per anni inviti a trasferte invernali ed estive, in vasca e in acque libere e si è limitata a seguire stoicamente gli allenamenti quotidiani.

M da anni aveva nel fondo dei suoi pensieri, un’idea, una speranza, una possibilità: attraversare lo Stretto di Messina a nuoto sotto la supervisione di Marco.

Non era un obiettivo, era più che altro un miraggio. Qualcosa che sta lì nei pensieri, stabile, ferma, costante.

Intorno ai primi giorni di marzo, esattamente il 3 marzo, M è venuta a sapere che la sua società di nuoto avrebbe partecipato all’Impresa e si è iscritta alla Traversata dello Stretto, seguendo una voce interiore che non ha lasciato spazio a ragionamenti.

Si è iscritta senza aver mai nuotato seriamente in acque libere, senza mai aver nuotato seriamente in acque libere salate, senza pensarci, senza valutare le proprie possibilità, seguendo l’idea che era nel fondo dei suoi pensieri da anni e il muto incoraggiamento di Marco.

Dal 3 marzo l’idea dello Stretto ha cominciato a prendere una forma precisa con una data, il 25 giugno, un orario, le 10 e 30, un regolamento scritto.

Nei mesi di avvicinamento all’Impresa, M ha nuotato, ha comprato una muta e una maschera con lenti specchiate e ha trovato un accompagnatore, che potesse spronarla a dare il meglio di sé “mamma, io vengo però non voglio essere il figlio di quella che arriva ultima eh”. Sì, perché la Traversata organizzata per il 25 giugno era una gara con premi, podio e tempi ben precisi.

M e il suo accompagnatore la mattina del 24 giugno in motorino si sono avviati con sacca delle pinne e zaini tecnici alla stazione per ritrovarsi con gli altri della squadra e Marco e partire alla volta dell’Impresa.

Una volta arrivati alla fine del “continente” M ha guardato dall’altra parte del mare e ha finalmente visto “il pilone” di Torre Faro che da mesi sentiva nominare, punto di partenza dell’Impresa.

La Traversata infatti prevede la partenza da Torre Faro in Sicilia e l’arrivo a Cannitello in Calabria. Prevede anche che ogni partecipante, partecipi in tandem con una barca di appoggio e il suo barcaiolo, associato al nuotatore tramite sorteggio.

I partecipanti, vengono traghettati su anonime barche dalla Calabria la mattina dell’Impresa fino alla costa della Sicilia, e lì i nuotatori hanno la possibilità di incontrare i propri “barcaioli”. Ogni nuotatore ha un numero e deve riconoscere la barca con lo stesso numero.

M aveva il numero 8, numero preferito di NonnaG da sempre. Appena arrivata sulla costa di Torre Faro, M ha immediatamente visto passare la barchetta numero 8, ha chiamato senza ritrosie e timidezze “ottoooooooo” e insieme al suo accompagnatore, ci si è trasferita sopra col suo carico di pinne tubi tappi e perplessità.

Il barcaiolo di M si chiama Enzo ed è calabrese, ha un cappello scuro con visiera che copre gran parte del viso, è magro e minuto, silenzioso e serio. Dicono che dal barcaiolo dipenda la sorte della Traversata, più che dal nuotatore e M oggi sa che è proprio così.

Enzo, pochi minuti prima che M entrasse in acqua, le ha detto con voce ferma “segui me. Non ti preoccupare di niente altro, segui me”.

Marco aveva dato a M istruzioni ben precise sulla rotta da seguire, i punti di riferimento da tenere come bersaglio, il campanile della chiesa, la macchia verde dei cinque pini davanti al municipio, la fine del paese, ma dall’altra parte del mare i bersagli sembravano essere stati solo immaginati.

M ha seguito il suo barcaiolo, gli si è affidata con una fiducia cieca e inspiegabile. Con abnegazione. Nei 54 minuti che ha impiegato a attraversare quel tratto di mare blu profondissimo, carico di pesci delfini meduse onde e correnti inverse, ha seguito tutti i suggerimenti che i gesti di Enzo le davano.

E si è limitata a nuotare, ha svuotato la testa da paure, ansie, pensieri, stanchezze, limiti e ha nuotato fino al traguardo, arrivando seconda tra le nuotatrici femmine e rendendo fiero il suo incredulo accompagnatore.

La gioia di M, incontenibile, visibilmente straripante da occhi naso e cuore, è stata offuscata solo dal dispiacere di non aver potuto essere condivisa con Enzo, allontanatosi dal campo gara subito dopo l’arrivo di M.

M avrebbe voluto ringraziarlo, perché senza la sua guida non sarebbe mai arrivata dall’altra parte con la concentrazione necessaria, sgombra di pensieri, responsabilità, scelte.

Ma siccome la vita è un gioco pieno di sorprese, qualche giorno fa, M ha trovato una richiesta di amicizia su Instagram. Lì per lì non l’ha degnata di alcuna attenzione ma ieri ha ripensato a quella richiesta di “Enzo M” e ha aperto la foto del profilo. Senza cappello, senza visiera, sorridente davanti a un piatto di pasta, non era facile riconoscerlo: M l’aveva visto solo per pochi minuti e per identificarlo ha mandato la foto all’accompagnatore che invece ci aveva trascorso 54 minuti in barca.

Secondo te è il nostro barcaiolo dello Stretto?

Ma no mamma! Quello era uno slavo!

….

A dispetto delle convinzioni dell’accompagnatore, era proprio il nostro Enzo che aveva cercato M, aveva chiesto il cognome ai giudici della gara e l’aveva contattata per sapere in che posizione si fosse classificata. M ha così potuto gioire a pieno del risultato raggiunto in coppia con lui e ha potuto condividerne foto e video.

Adesso è veramente felice.

Non esiste gioia senza condivisione.

Ps. M oltre al suo barcaiolo del cuore, vuole ringraziare tutti quelli che l'hanno accompagnata in questa Impresa seguendo in diretta le testimonianze dell'accompagnatore bracciata dopo bracciata con curiosità, amore e un pizzico di ansia, qb.

 

 

 

giovedì 12 marzo 2020

Soluzioni alternative

"Sai io credo che capiremo tante cose in questi giorni.."
"Tipo?"
"Beh è la prima volta che siamo costretti a stare sempre chiusi a casa noi quattro"
"..."
.".è solo il secondo giorno ed è presto per dirlo, ma io mi sto già abituando a questa situazione e non mi dispiace pensa.."
"..."
"cioè voi siete le persone più importanti.. questa è la nostra casa.. noi quattro.."
"..."
"insomma ci vogliamo bene, stiamo bene insieme, non è poi così male.."
"..."
"non dici niente?"
"Beh io posso pure volerti bene, oggi domani per carità.. ma no non mi abituo, piuttosto che abituarmi a una situazione così, mi butto di sotto."

Questa conversazione si è svolta alla fine del secondo giorno di lavoro agile di H.

M ha letto bellissimi articoli in questi giorni sull'occasione che abbiamo di capire tante cose delle nostre vite: per esempio quali sono davvero le cose che contano, le persone a cui teniamo, con chi vogliamo dividere stanze e ore. Un'occasione per conoscerci di più, riscoprirci e riscoprire la voglia e il piacere di fare le cose insieme. O magari, per qualcuno, sarà l'occasione di ricominciare a farle da solo.

Alla fine, quando tutto questo sarà finto e torneremo tutti un po' storditi alla vita normale, saremo diversi da prima. M crede, migliori. 

Per il momento i ragazzi stanno reagendo meglio di quanto M si aspettasse. H la preoccupa un po'.

martedì 10 marzo 2020

Lavoro agile, vita meno

Ci si sveglia senza sveglia come il sabato e la domenica. Si fa colazione tutti insieme al tavolo da pranzo. Poi ci si prepara per andare in ufficio e a scuola, ma in ufficio e a scuola non ci si va per davvero.
L'ufficio di M da ieri è la camera da letto del nano, che ormai ha superato lei e il metro e settanta e tanto nano non è più. Davanti a lei la finestra e dietro di lei la porta, aperta.
L'ufficio di H è la camera da letto di M e H, in penombra, silenzio assoluto e porta chiusa. Lui, seduto davanti al pc, in cuffia con i colleghi oltreoceano, nutre dentro sè sogni proibiti di ristrutturazioni e restauri casalinghi e prima di chiudersi in casa si è approvvigionato dei beni di prima necessità per la sua sopravvivenza: vernici e solventi.

I ragazzi studiano un po' in soggiorno e un po' al tavolo da pranzo. Solo il mezzonano si chiude in camera e si mette alla scrivania serissimo a fare i compiti. Ogni tanto passa da M e le da un bacio, perché tutto si può arginare, ma il suo affetto sconfina ogni limite. 
Dopo qualche ora ci si incontra per pranzare insieme e poi di nuovo M e H tornano al loro posto e i nani accendono la Play (santa Play).

Oggi è il primo giorno di "lavoro agile" per M e H e il quarto di scuola a distanza (più distanza che scuola) per i ragazzi. 
Il minuscolo puntino rosso che 20 giorni fa era segnato in un punto sconosciuto della Lombardia, adesso è grande quanto mezza Italia e ci comprende tutti al suo interno: NonnaG che oscilla tra l'ossequioso rispetto delle nuove restrizioni e la sua naturale indomita predisposizione alla disobbedienza; l'Arch più mansueto e positivo per indole che non rinuncia al suo lavoro, seppur in versione casalinga, in compagnia dei suoi strettissimi collaboratori. Lo Zio Matto che fa la spola tra la vita esterna e la casa dei Nonni, tenendo M col fiato sospeso. La muta che chiede il permesso anche di salire sul terrazzo condominiale a stendere che non si sai.
E M, che ha dovuto rinunciare alla sua amata piscina e da sabato pomeriggio non nuota più e che, da sempre inquadrata in un mondo di rassicuranti abitudini, in poche ore è riuscita a costruirne un altro più piccolo, a cui già le sembra di essersi abituata.

martedì 28 maggio 2019

La memoria dei pesci

Capita delle volte di notte di sognare un posto della nostra vita in cui non si va da anni. Un posto dove si è passato tanto tempo. Capita di trovarlo intatto, come la memoria lo ricorda, e capita di percorrerlo con fortissima emozione, una sensazione di familiarità e novità insieme. 
Magari si scorgono delle porte nel sogno, porte a cui non si era mai più pensato, ma che sì certo che c'era quella porta.. e magari dietro quelle porte si trovano stanze non dimenticate, ma sopite, che riaffiorano potenti, come se da quelle stanze non ci fossimo mai allontanati.
A M è successo di sognare tante volte la casa dei nonni, l'ingresso con le marmette a terra, il corridoio largo, il bagno grande e quello piccolo, la "stanza dello sbarazzo" e in fondo il ripostiglio, dove si trovavano sempre le confezioni di cracker di nonno, che non erano quelle di oggi; i cracker erano quadrati, come se nascessero già spezzati a metà, tutti in fila indiana come pezzi del domino. 
Il soggiorno curvo,il terrazzino, l'enorme porta a soffietto che si chiudeva male, morbida, che separava il soggiorno dalla sala da pranzo con la tv.
Una casa grandissima che fu abitata da due adulti e sei bambini di età molto vicine tra loro e che M ha conosciuto abitata dai nonni, la zia Giò, il Pediatra e il Cugino Serio e che ha frequentato fino al 2000, quando è stata venduta perché non era più "la casa dei nonni".

Stamattina M dopo sei anni è tornata nella sua vecchia piscina, perché quella nuova in questa settimana non è agibile. La piscina in cui ha imparato a nuotare (1978) con l'istruttore che la allena tuttora.
La piscina dove ha nuotato tutta la vita: quando andava a scuola, quando studiava all'università, con le pance delle gravidanze. La piscina dove ha conosciuto Compagnadicorso (oggi nel suo club di lettura).
E ha avuto la stessa sensazione vissuta nel sogno della casa dei nonni. Tutto era come lo aveva lasciato: le crepe nei muri, le sbreccature sui bordi, il marmo sotto i piedi, la luce. Ha ritrovato la sua panca e la sua doccia, accanto a quella della collega alta volata giù dal trullo, che invece il club di lettura nel frattempo lo ha abbandonato, la mensola per lo shampoo sbilenca come allora, la presa del fon malfunzionante e la sua sedia dove anche oggi si è seduta per asciugarsi i capelli.

Mentre nuotava, le sono venuti in testa pensieri tristissimi e neri e ha fatto fatica a non farsi trascinare giù nell'acqua, perché la consapevolezza del tempo che passa e non torna indietro mai, la uccide.

Alla fine però è uscita all'aria aperta e c'era uno spicchio di sole tra gli alberi.





giovedì 22 febbraio 2018

Apriamo il gas

Tanti anni fa, nella vita numero 1 di M, quando ancora viveva a casa con mamma e papà, ancora non doveva pensare a niente se non allo studio e all'amore, quando niente dipendeva da lei se non lei stessa e quando gli unici ruoli che avesse in famiglia erano quelli di figlia e sorella, una sera dopo cena si trovò in soggiorno con i genitori e il fratello di un anno e mezzo più piccolo.
In soggiorno a casa dei genitori di M non c'è mai stata la tele e questo facilitava le conversazioni e favoriva la conoscenza delle reciproche vite quotidiane, anche perché l'unica televisione presente in casa era un quattordici pollici mal funzionante e poco attivo.

Quella sera, come molte altre prima e molte altre dopo, nel soggiorno di casa si chiacchierava, si rideva, si scherzava, ci si confrontava e confortava, si cresceva, si ampliavano le conoscenze l'uno degli altri affrontando minuscoli temi e grandi verità.
Niente di strano per loro, magari in altre famiglie non capitava spesso, ma da loro il racconto, lo scambio, l'amicizia, l'aiuto e l'interesse reciproco erano pratica quotidiana.

Certo, allora tutto era facilitato dall'assenza di quelle piccole e medio piccole protesi che portiamo in mano adesso: non c'era possibilità di comunicazione con gli esterni se non il telefono di casa, a cui molti genitori di amiche di M avevano addirittura messo il lucchetto come fosse un vizio proibito, da evitare o quanto meno da utilizzare con estrema parsimonia. 

Insomma, per una serie di fattori endogeni ed esogeni, a casa di M la sera dopo cena quattro presone appartenenti a due sessi diversi e a due generazioni diverse dibattevano tra loro con piacevole riscontro.

Quella sera, si diceva, l'Arch, che allora poteva avere l'età che ha oggi M, a un cero punto ebbe una delle sue illuminazioni, che pochi comprendono, e disse: "Apriamo il gas".
Ai più potrebbe sembrare una frase poco adatta a una serena serata in famiglia, ma "apriamo il gas" voleva dire, fermiamo il tempo, restiamo così per sempre: voi due adolescenti e spensierati e noi due quarantenni sereni e realizzati.Tutti in salute, tutti belli, giovani, nel pieno delle forze. Innamorati gli uni degli altri, in pace. Prima che tutto cambi, che la casa si svuoti, che i problemi della vita quotidiana entrino a turbare le vostre vite di ragazzi. Prima della fatica, della tristezza, dei dispiaceri, delle malattie, delle separazioni, prima di tutto.
"Apriamo il gas" era il suo "sono felice,abbiamo tutto quello che di più bello potevamo sperare".

Non abbiamo aperto il gas quella sera, ed è stato un bene: sono passati anni, la casa si è svuotata, abbiamo affrontato problemi più o meno piccoli e due brutte malattie. La ricerca del lavoro, i traslochi, un matrimonio e due gravidanze, qualche lutto dovuto al corso naturale della vita e qualcuno meno aspettato. Il Bilancio è sicuramente positivo, noi siamo sempre quattro e ci ritroviamo ancora anche se raramente nello stesso soggiorno.

Ma quell'apriamo il gas dell'Arch, inno alla felicità, è rimasto indelebile nel ricordo di M e a volte in soggiorno con i nani la sera, quando ancora le prestano un po' di attenzione, anche se la tele è accesa, quando li ritrova dopo una giornata faticosa passata lontani, un po' ci pensa, e sorride.

mercoledì 22 novembre 2017

novembre 2017

Tutte le cose,
quelle belle, quelle brutte, quelle che erano belle e poi sono diventate brutte;
quelle che sono sempre state così e così,
quelle facili e quelle meno facili;
quelle lunghe e quelle che durano poco;
quelle utili e quelle che non servono a niente,
quelle di cui sei al corrente e quelle che ignori,
quelle che fanno stare bene e quelle che fanno stare di merda.

Quelle che si credono infinite;
quelle che sembrano insuperabili,
quelle che dipendono da te e quelle che sono da te indipendenti;
quelle necessarie, 
quelle volute e quelle che capitano per caso.

Quelle a cui tieni da morire e quelle di cui non ti frega niente,
quelle a colori e quelle in scala di grigi;
quelle che riguardano solo te e quelle che condividi con altri.

Tutte, proprio tuttissime le cose, hanno sempre due elementi in comune: un inizio e una fine.
Che tu lo voglia o meno,
che tu dia loro una direzione oppure che le lasci andare dove vogliono, hanno tutte un inizio e una fine, sempre.

L'inizio è sempre un'incognita.
La fine invece può prendere svariate pieghe: 
può essere dolorosa certo, oppure,  a volte, liberatoria. 

Può essere attesa come una soluzione, o essere paventata come il peggiore dei mali.
Può essere agita o subita, prevista o inaspettata, sperata o ignorata. 
Può essere scontata, ma più spesso può sorprendere.
Può essere obbligata e può essere una scelta.

E può essa stessa essere un'incognita: quando diventa l'inizio di qualcos'altro.

Il mese di novembre ha un significato preciso per M, quello della fine. E anche quest'anno non si è smentito.







giovedì 9 novembre 2017

Il tallone di Achille

M si è presentata all'appuntamento incuriosita e puntuale con il suo tallone d'Achille ben nascosto sotto uno dei suoi calzini a righe.
Lui era già lì con quella voce da speaker radiofonico e un leggero accento che la fa vagare tra la toscana e il sud senza collocarla in nessun luogo preciso.
Si sono seduti dalla stessa parte della scrivania perché la regola numero 1 di questi incontri qua è mettersi in una posiziona di parità.

M sarebbe stata bene anche se tra loro la scrivania fosse rimasta perché lui non ha l'aria del prof e nemmeno del capo. Troppa poca la differenza delle loro età  per avere quella del papà anche se un po' lo ricorda nella forma del viso e nellattaccatura dei capelli e in qualcos'altro che è fuggito via prima che lei riuscisse a coglierlo.

Hanno parlato e per un po' tutto ok.

Poi il tallone si è scoperto ed è stata subito nebbia tra loro e trucco sulle guance per lei.
Ma la nebbia è presto passata, lui ha capito anche se M ha avuto la sensazione che in qualche breve momento lui fosse distratto, forse assonnato vista l'ora post prandiale.

Ieri M ha avuto il primo dei tre colloqui con il suo mental coach.
È  un'opportunità che lel ha offerto l'ufficio, ma siccome per lei l'ufficio è solo una cornice dove su muovono personaggi e si formano storie, hanno parlato di tutt'altro.
M non sa cosa lui abbia pensato di lei, probabilmente non sarà mai un buon manager ma questo già lo aveva intuito da sola. Sa però di essere una buona persona e questa è la sola cosa che conta per lei. In ogni caso potrà scoprire cosa ha pensato lui tra un mese, al loro prossimo incontro.
E al solo pensiero prova un leggero senso di piacevole vergogna.

lunedì 6 novembre 2017

Remember Paris (1995)

E' alta come un uomo alto,
magrissima;
ha i capelli ricci e scuri, un sorriso contagioso e 44 di piede anche se dichiara un paio di numeri in meno.
Parla cinque lingue, tra cui un italiano che sembra musica.

E' instancabile: potrebbe girare a piedi per giorni e giorni senza mai ricordarsi di mangiare nè fare pipì.
E' single e non ha figli e questo è davvero "pena" come dice lei, che sarebbe "peccato" da noi, perché è buona, dolce, paziente, sensibile, affettuosa e ha una memoria da elefante che M le invidia parecchio.

E' l'amica di Barcellona che M conobbe a Parigi nella sua vita numero 1, quando vinse una borsa di studio e per un po' visse lì in un losco monolocale con gli specchi al soffitto e il bagno senza porte nel cuore del quartiere latino.
Da allora (1995) M e Isabel si sono viste nelle poche occasioni in cui M hostess, nella sua vita numero 2 tra il 1997 e il 1999, passava per Barcellona e la invitava a condividere i lettoni a cinque stelle, le chiacchiere, le confidenze e la colazione in camera. 

Poi non si sono più viste. 

M le scrisse una lunga mail, di cui non ha memoria alcuna, quando scoprì di aspettare il nano numero 1, in cui le confidava dubbi e gioie. Poi si sa la maternità il lavoro, case - libri - auto - fogli di giornale (come dice Celestina e Tiziano prima di lei), e non si sono sentite più.

Questo fine settimana Isabel era a Roma e si sono riviste dopo quasi venti anni. M sentiva un leggero imbarazzo mentre andava all'appuntamento sabato ma appena l'ha riconosciuta da lontano altissima in mezzo agli altri, l'ha invitata a cena a casa per farle conoscere i nani e farle assaggiare le due cose che sa cucinare.
Isabel è identica a come era a Parigi, e nei due giorni che è rimasta a Roma ha visitato cose di cui M ignora l'esistenza: catacombe, chiese, strade, musei; ha messo la mano nella bocca della verità e l'ha ritratta tutta intera, ha mangiato supplì scambiandoli per arancini e si è seduta a lungo in una chiesa ad aspettare il sole.

Poi a cena si sono ritrovate a ricordare, ridere e confidarsi come se non fosse passato un giorno, davanti a un paziente e variegato pubblico di tre maschi.

giovedì 5 ottobre 2017

S.A.R.A.H.

Oggi M ha rivisto un amico che non vedeva da un sacco di tempo.
Lo ha rivisto perché lui aveva bisogno di lei, in realtà vorrebbe proprio iniziare una specie di terapia con lei.
Oggi diciamo che c'è stata la prima seduta.
Lui è più giovane di M. Intelligente, sportivo, ironico. Scorza un po' ruvida, ma dentro è ok.

Adesso lui ragazzo tutto d'un pezzo, granitico e indipendente, ha il cuore infranto.
La sua storia è il più classico dei classici: incontra una lei, lei parte in quinta innamortapazza come solo noi ragazze sappiamo essere, e lui si lascia trascinare in questa pazzia senza mai entrarci con tutte e due le scarpe. Restando sempre un po' estraneo alla vicenda. Passano i mesi, lei, presa nel vortice dell'innamoramento pazzo, dapprima non si accorge, poi a poco a poco inizia a avvertire le mancanze e le assenze di lui e soprattutto comincia a manifestarle.

M direbbe che lei ama per due, ci sta dentro mani e piedi e lui ama? con la sinistra (senza essere mancino).

Insomma lei comincia a chiedere spiegazioni, ad avere qualche piccola pretesa, ma lui forte e vieppiù rafforzato dall'amorepazzo di lei che tutto permea, continua per la sua strada senza mai passare alla destra e senza mai mettere dentro anche l'altra scarpa.

Lei comincia a stare male, evidentemente male. Lui non capisce la gravità, crede di poter gestire tutto come sempre e non cede, non si accorge continua a tirare la corda.

La corda si è spezzata qualche mese fa. Lei ha alzato un muro invalicabile, non scrive, si limita a rispondere più o meno laconicamente ai messaggi di lui, ma non ci crede più. Non è che non voglia crederci, pagherebbe, darebbe un braccio per crederci ancora, ma non può più, non ci riesce.

Lui ora che c'è un muro invalicabile, ha capito e la vuole con tutte le sue forze la destra la sinistra i piedi le mani le scarpe tutto ed è a pezzi perché lei ha sentenziato: è troppo tardi.

Ora, alla fine della seduta M oltre a consigliare al suo paziente la lettura di una "posta del cuore" che lei considera illuminante e con poteri balsamici e di un romanzo che lei lesse milioni di anni fa e sottolineò quasi interamente, M si è ricordata di S.A.R.A.H.

S.A.R.A.H. è  non a caso un nome di donna.
S.A.R.A.H. è l'acronimo di tutte le fasi che si attraversano dopo una drastica rottura, dopo una fine dolorosa. Che sia professionale, amorosa, familiare non fa differenza.

Sarah è lo shock iniziale quando si scopre che l'altro non c'è (o ci ha tradito o ci ha mentito o ci ha trattato male troppo a lungo). Sarah è la rabbia (anger) che segue lo shock, che spaccheresti tutto e urleresti parolacce che nemmeno i tuoi figli sanno e le urleresti fino a farti scoppiare la gola, perché ora hai tutto chiaro davanti e metti tutte le perline sul filo una davanti all'altra e non sai più che fartene. Sarah è il respingimento (rejection) nei confronti dell'altro, il muro invalicabile, l' "è troppo tardi". Sarah è poi tristemente anche l'accettazione dei fatti. Il non potevo fare di più, non ho rimpianti, non c'erano alternative.
Sarah è l'aiuto (help) che questo amico ha chiesto a M oggi e che questa lei nello stesso momento starà chiedendo a una sua amica terapeuta. Perché spesso vedere le cose con gli occhi degli altri, aiuta davvero.

M non conosce lei è non sa se quel suo muro è davvero invalicabile. Tuttavia ha nella manica una nuova lei per il suo paziente. Perfetta.



giovedì 8 giugno 2017

I ragazzi della VB e quello della IIIH

Avevano tutti la maglietta rossa, quella con l'ape, quella della VB;
ognuno con il suo piccolo bagaglio, chi un sacchetto, chi una busta, chi lo zaino.
Sono usciti un po' ammucchiati, qualcuno ha urlato "è finita!"
Ma gli altri, quasi tutti non gioivano, piangevano: le ragazze aggrappate alla Maestra Santa Subito e i ragazzi un po' in disparte, più vergognosi.
Si guardavano tra loro e appena incrociavano lo sguardo di un compagno, riprendevano in singhiozzi più forti.

Anche le mamme, dietro strategici occhiali scuri, piangevano a vederli così grandi, a saperli fuori dal primo ciclo di scuola, usciti dall'infanzia per sempre; a ricordarli piccoli e bassissimi all'inizio della prima, e ora quasi irriconoscibili: lunghi, magri, alle prese con il primo brusco, obbligato passaggio che la vita ci mette davanti.

Le vedevi, queste mamme e ne indovinavi i pensieri e i ricordi a ripercorrere dentro la testa tutte le mattine di questi 5 anni fondamentali, perché erano gli stessi che hai dentro tu.

Poi è arrivato il momento della III H, e sono usciti anche loro, meno disperati e consapevoli e tra loro c'era il Mezzonano. 
Aveva un disegno in mano.
Si è diretto verso il fratello, tieni questo è per te.
Il nano all'inizio diffidente e quasi scocciato perché pensava di non essere abbastanza compreso in questo momento di doloroso passaggio da lui, considerato forse troppo piccolo e anagraficamente lontano. Poi, quando ha capito che il disegno proprio questo raffigurava: il passaggio dalla vecchia alla nuova scuola, dagli amici di sempre a quelli nuovi, sconosciuti e ancora indefiniti, lo ha abbracciato forte e sono rimasti così immobili abbracciati a lungo.

Davanti a loro M.
E qui altro che occhiali grandi e scuri, manco la maschera del Decathlon, quella per vedere bene i pesci, quella che ricopre tutta la faccia  avrebbe potuto camuffare la sua evidente emozione.

E mo?




mercoledì 31 maggio 2017

I Beati

Mai nella vita M avrebbe immaginato di vivere un'esperienza del genere.

Ieri pomeriggio alle tre ha accompagnato il mezzonano in un Altro Mondo. Un mondo alle porte della città, in piena campagna. Un mondo recintato da un muro perimetrale, un mondo a cui si accede da un cancello come quello del paradiso dantesco e dove all'ingresso a regolare il passaggio di Dannati e Beati c'è un personaggio che a quanto ha capito M più che il custode deve essere un'istituzione. 
Questo personaggio alto, grosso, senza capelli si chiama "Alè", che M non è riuscita a capire stia per Alessio, Alessandro o Valerio.

Questo "Alè", salutato con affetto da chiunque oltrepassi in un senso o nell'altro la sua linea, è vestito con la tuta, non una tuta qualsiasi, l'unica ammessa in questo mondo.

Alè è gentile, molto romano e sembra conoscere i Beati uno per uno: dai più piccoli classe 2008 che qui si chiamano pulcini, ai più grandi, passando per classi di età che nel mondo di M non esistono: i ragazzi delle medie che qui si chiamano esordienti; quelli del ginnasio qui chiamati under sedici, fino ai maggiorenni qui chiamati primavera.

I Beati sono tantissimi, tutti vestiti uguali, tutti belli, felici, sportivi. Tutti con la stessa speranza di futuro davanti e lo stesso stemma sulle magliette all'altezza del cuore. Tra loro non sembrano in competizione, sembrano insieme.

Dall'altra parte del cancello, nell'ultimo metro del mondo normale ci sono i genitori, non ammessi all'interno, se non in occasioni speciali. 
I genitori sono tutti giovani (a parte M), tatuatissimi e grandi fumatori.
Aspettano, parlano al telefono, sperano, immaginano, tifano. Si sono portati dietro zii e nonni, merende sostanziose e immaginifiche speranze.
Tra loro ieri pomeriggio c'era anche M con i suoi tatuaggi, le sue paure e occhi e orecchie spalancati con moltissime curiosità.

Siccome ieri era proprio un'occasione speciale M insieme agli altri giovanissimi genitori ha varcato la soglia di Alè ed è entrata in questo Altro Mondo dove non esistono privilegi, dove non si può parlare ad alta voce e dove si susseguono uno dopo l'altro campi da gioco costantemente innaffiati da irrigatori automatici che stimolano pipì che non si potranno fare mai, perché i bagni come gli spogliatoi e i campi sono ad uso esclusivo degli "atleti".
Dove il mezzonano indossava improvvisamente un "pigiamino" giallo fluo di qualche taglia più grande ed era perfettamente inserito nel gruppo di sconosciuti. 

M ieri ha portato il mezzonano a Trigoria perché lui è stato selezionato a sua e nostra insaputa per entrare nel regno dei pulcini "beati".
Per lei è stato tutto molto emozionante, nuovo e inimmaginabile. Il mezzonano invece sembrava perfettamente a suo agio, molto socievole con tutti, Alè compreso, e affatto attanagliato dall'ansia da prestazione.

Quando alla fine di tutto un signore l'ha riconsegnato a M perfettamente lavato e stirato e le ha detto "A domani", M ha sentito un inatteso misto di terrore e gioia, molto preoccupante.

lunedì 21 settembre 2015

Nove

Nove che tra un anno diventa una cifra doppia che fa paura
Nove ma con la testa di uno di tre come hai detto stamattina appena sveglio
Nove come le tabelline che ripetiamo a casa ogni tre per due
Nove numero perfetto perché terzo multiplo di tre

Nove che cominci a essere ragazzino e mi chiedi se sono ancora pochi per iniziare a odiare tua madre

Nove che sono troppi per giocare con i Lego, ma non per non voler stare ancora in braccio
Che sono troppo pochi per avere il tuo telefono, ma abbastanza per usare quello di mamma

Nove che sei già innamorato e fedele da tre  
Nove che sono ancora pochi per fare tutto di testa tua, ma non ti importa
Nove che mentre passavano hai imparato a fare tantissime cose, alcune con me ma molte da solo

Nove che hai iniziato a avere i segreti, e hai smesso di chiedere il perché delle cose.

Nove che li ho avuti anche io ma non me lo ricordo più com'era quella sensazione di non essere né piccoli né grandi, né dipendenti né autonomi, né completamenti liberi ma nemmeno completamente protetti.

Nove che ti senti pronto a volare via, come dice tuo padre, con il filo dei palloncini però aggiungo io.

Nove che non potrai festeggiarli con la mega festa che hai aspettato per 365 giorni, perché sei in punizione. Ma che forse proprio per questo ti ricorderai.

Nove, magari bastasse girarlo e farlo tornare sei.

Tanti auguri, Lo
mamma

martedì 1 settembre 2015

Estate 2015

Alla fine di questa lunghissima estate che ci ha ospitato in varie spiagge italiane più o meno incantevoli occorre annotare qualche piccola verità che ha interessato la nostra vita:
1) Il mezzonano ha superato il metro e trenta e ha perso ben 4 denti, due dei quali fondamentali per la masticazione.  Di nessuno dei 4 è stato lontanamente avvistato il sostituto;
2) il nano fedele-nei-secoli-che-manco-un-carabiniere-e-nemmeno-un-cavaliere-della-tavola-rotonda ha iniziato a "chattare susi" visto che evidentemente per lui chattare è un verbo transitivo e ogni sera "mamma posso chattare susi oggi?";
3) susi non ha iniziato a chattare il nano se non con rare e per questo preziosissime risposte;
4) i ricci pungono sul serio se ci si cammina sopra e le spine non c'è verso di eliminarle nonostante l'impiego di tutte le strategie consigliate dall 'internet tra cui impacchi notturni di pane e latte, aceto, acqua, sale, aghi, pinzette etc..;
5) il miglior amico dell 'uomo non è il cane ma il wifi, almeno dell'uomo al di sotto del metro e cinquanta;
6) si può stare 4 settimane senza mai aprire la posta dell'ufficio senza senso di colpa alcuno (questa verità non vale per h);
7) si può portare a termine la lettura di  4 libri pur ritenendoli noiosi e lunghissimi per amore e del club di JA e comunque ammettere, a fatica, che il kindle è una grande invenzione;
8) i compiti delle vacanze non finiscono mai;
9) alle vacanze ci si può pericolosamente abituare fino a non riuscire ad accettarne la fine (anche questa non vale per h);
10) una volta entrati nel tunnel del pane guttiau è molto difficile uscirne.

venerdì 15 maggio 2015

Miracolo (e sfortune) a Milano

Oggi alle 13:30 M e il collega siamese da poco arrivati a Milano si apprestavano a raggiungere gli studi. Non prima però di comprare una bottiglia da mezzo litro di coca zero al supermarket sotto l'albergo. Spingendosi poco più in là avvistavano un supermarket più grande dove il collega siamese decideva di entrare per cercare il pacchetto di mandorle che non aveva trovato al primo supermercato. E qui va fatta una piccola postilla sull'alimentazione del collega siamese che consiste esclusivamente in proteine.

I due entravano così nel supermercato più grande con la bottiglietta di coca zero quasi finita in mano e ne uscivano pochi minuti più tardi con un pacchetto di mandorle e la bottiglietta di coca zero quasi finita nella borsa di M.

Appena usciti dal supermercato più grande.
"Scusate sono una guardia in borghese" tuonava una voce straniera alle loro spalle "avete una bottiglietta di coca zero in borsa e non l'avete pagata. Me la può far vedere?"
"Certo! Eccola..ma come vede è quasi finita.. non l'abbiamo comprata qui.."
"Se non avete lo scontrino per me l'avete presa qui."
"Ecco guardi miracolosamente... lo scontrino.. vede c'è scritto che l'abbiamo presa 10 minuti fa.. nel supermarket più piccolo qui vicino vede l'indirizzo?"
"Sì ma non c'è scritto che avete comprato una coca zero."
"..me vede qui? C'è scritto reparto bibite 1 euro e 29.. è la coca zero!"
"No..mi dispiace io non leggo coca zero, seguitemi."

E si inoltrava all'interno del supermercato grande, sotto gli occhi incuriositi degli altri clienti.

La storia non ha un lieto fine per la "guardia in borghese" che guardia non era, ma Said mero guardiano anti-taccheggio triplamente sfortunato 1) perchè M e il collega siamese erano miracolosamente muniti di scontrino, 2) perchè il formato di coca zero in bottiglia da mezzo litro non era nemmeno in vendita nel supermercato più grande e 3) perchè il collega siamese quando si incazza lo fa sul serio.

Probabilmente la guardia in borghese che guardia non era si beccherà una denuncia e nella peggiore delle ipotesi sarà rispedito al suo paese non essendo evidentemente munito di permesso alcuno, o nella migliore, passerà soltanto dei giorni orribili sotto la minaccia della denuncia.

Morale della storia: la regola non è più "mai buttare gli scontrini per terra una volta usciti dal negozio", bensì "mai buttare gli scontrini".



lunedì 13 aprile 2015

Fifties

Quella della mia eta' non si mettono le magliette con le maniche corte perché hanno le braccia flaccide e dicono che dopo la gravidanza il corpo non torna più quello di una volta (figuriamoci poi con la menopausa).

Devono truccarsi per forza perché senza trucco si sentono nude e usano il fondotinta meno neutro che c’è.

Parlano solo dei figli adolescenti e di cosa cucinare la sera.

Se si sono perse un marito per strada, si sfiancano su internet per trovare quello di un'altra che faccia al caso loro.

Quelle della mia età si  depilano le sopracciglia e ogni volta che c'è un rinfresco si ammazzano di dolci (tanto … chilo più chilo meno…), si vestono da vecchie (o peggio da ragazzine con le minigonne 'scopami scopami') e si fanno crescere le unghie lunghe e arrotondate come le streghe dipinte con smalti perlati come le zoccole d'altri tempi.
Portano il reggiseno rinforzato e i pantaloni a vita alta (che e' meglio tenere i reni caldi).
Il giorno della festa delle donne escono solo amiche.
Hanno l’abbonamento a teatro e ci vanno rigorosamente con le amiche.
Hanno le vene varicose.
Non si comprano i vestiti su internet perché ‘devo vedere come mi sta’.
Usano gli occhiali con le montature da vecchia.
All’ora di pranzo quando è bel tempo si fanno ‘una passeggiatina al mercato’ e quando tornano entrano in stanza dicendo ‘non sai quanto si sta bene’.
Escono il sabato sera e cucinano la domenica per tutta la settimana.
Vanno dall’estetista a farsi schiarire le macchie in faccia.
Hanno la ricrescita e sono convinte che non si veda.
Hanno i pigiamoni di felpa, le vestaglie pesanti e le mutande ascellari.

Si sono dimenticate cosa vuol dire essere innamorati e hanno smesso di pensarci.

Hanno sbavato quando hanno letto ‘cinquanta sfumature’ e poi hanno mentito dicendo che non gli era piaciuto.

Inoltrano sempre alle dieci amiche del cuore le mail sul significato dell’amicizia e quelle con le immagini dei ragazzi più fichi del mondo (compagni di classe dei loro figli) sperando che nei prossimi venti minuti ‘qualcosa di bello ti accadrà’
Sono convinte (giustamente) che un bel paio di tette facciano la differenza e che per questo sia giusto che gli uomini paghino quando le portano fuori a cena.

Sono sempre stanche e quando non sono stanche sono acide. Spesso sono stanche e acide. Ma difficilmente sono felici.

A maggio si mettono inutilmente a dieta e a settembre si rilassano.
Vanno in ferie ad Agosto.

Molte (moltissime) non si lavano le mani dopo aver fatto pipì.

Io
Ho scoperto da poco che c’è una sensazione molto più brutta di quella che provavo ogni mese quando avrei disperatamente desiderato rimanere incinta della terza.
E’ la consapevolezza che quel tempo è passato e che non mi daranno più un neonato da abbracciare. Perché quello davvero è un momento magico. Il momento più bello della vita.
Adesso ci sono tanti occhi da guardare, tante mani da stringere e baci da dare, tanti cuori a cui pensare.
E mentre faccio tutte queste cose davvero non mi riesco a sentire e a vedere come quelle della mia età.
Continuo ad avere sedici anni con la testa e con il cuore.


Questo post è pervenuto nella casella di posta di M oggi pomeriggio. 
L'età a cui fa riferimento non è l'età di M, ma ancor meno è l'età dell'autrice, se non anagraficamente.